DI CHI È LA TERRA ?

 

Nel mondo ampie superfici di terra vengono sottratte alle popolazioni autoctone ai fini di speculazione, estrazione, sfruttamento delle risorse e mercificazione con gravi conseguenze a livello sociale, ambientale, economico ed umano.

Il Land Grabbing, letteralmente accaparramento della terra, esiste da molti anni, ma ha assunto proporzioni preoccupanti con lo scoppio della crisi del 2008. Il controllo della terra si realizza mediante l’affitto o l’acquisto da parte di imprese multinazionali, governi stranieri, società o anche singoli soggetti privati, molto spesso per cifre irrisorie o con promesse non mantenute e talvolta con una vera e propria espropriazione. Secondo uno studio del 2018 questo fenomeno sarebbe stato dal 2000 in costante aumento e avrebbe riguardato un totale di ben 88 milioni di ettari di terra, tanto da poter essere considerato una nuova forma di colonialismo. Lo sfruttamento dei Paesi in via di sviluppo non è nuovo, ma con la globalizzazione, il Land Grabbing ha assunto un’ampiezza senza precedenti e si è istituzionalizzato. Il raggiungimento degli obiettivi di approvvigionamento alimentare, di colture bioenergetiche e di profitto finanziario da parte degli investitori ha, a livello mondiale, un impatto sempre più importante sui Paesi a cui vengono sottratte terra e risorse.

Gli investitori sono molteplici: governi, società statali, multinazionali, gruppi finanziari, società immobiliari. La prevalenza è del settore privato, con il sostegno dei governi locali. Provengono soprattutto da paesi ricchi o emergenti, come gli Stati Uniti, il Giappone, la Svizzera, i paesi del Golfo, la Cina, la Corea del Sud e l’India. Non è possibile definirli con precisione per l’incompletezza e la scarsa accuratezza dei dati, la difficoltà di interpretazione e anche perché la situazione è in continua evoluzione.

La maggior parte delle terre oggetto di acquisizione è localizzata nel Sud del mondo, in particolare nell’ Africa subsahariana, nel Sudest asiatico e nell’America latina. A cedere la loro terra sono in generale Paesi poveri, nei quali le terre fertili e la mano d’opera sono disponibili ad un basso costo.

Analizzare il Land Grabbing è complesso poiché tale fenomeno avviene in gran parte in modo poco trasparente. Land Matrix è una piattaforma accessibile liberamente dalla rete internet che permette di raccogliere e condividere dati riguardanti il Land Grabbing ma le fonti non sono sempre affidabili ed inoltre molti contratti sfuggono alla rilevazione.

Le conseguenze di una gestione della terra nella sola ottica di sfruttamento economico a breve termine sono devastanti.  Per le popolazioni perdere la terra significa perdere la propria casa e con essa il sostentamento ma anche l’identità. Per il territorio l’abbandono della terra da parte di chi se ne prendeva cura genera spesso dissesti idrogeologici e fenomeni di degrado. Inoltre, l’avviamento di un agricoltura intensiva e di monocolture esaurisce le risorse del suolo e non esclude l’uso di sostanze altamente inquinanti.

Le lacune a livello legislativo e la mancanza di informazioni ma soprattutto lo stato di difficoltà dei paesi target li rende particolarmente vulnerabili e appetibili. Inoltre nei paesi in via di sviluppo il sistema di gestione della terra si basa su regole riconosciute solo a livello locale e la proprietà della terra è difficilmente dimostrabile.

Errate strategie di investimento minacciano la sopravvivenza delle comunità interessate e dei territori ma c’è anche chi sostiene che si possano trarre diversi benefici dagli investimenti stranieri, quali l’aumento delle riserve in valuta estera, una maggiore disponibilità di prodotti agricoli per le industrie di trasformazione, maggiori possibilità di impiego e l’aumento del reddito nazionale. Lo sviluppo è il principale argomento portato favore del Land Grabbing ma a seguito degli investimenti esteri presunti favorire lo sviluppo, aumentano invece i disoccupati ed i lavoratori sottopagati e viene meno la possibilità di produrre il cibo necessario al proprio sostentamento. Per permettere che gli accordi possano diventare convenienti anche per i paesi destinatari degli investimenti, è indispensabile che le trattative vengano condotte con trasparenza, nel rispetto dei diritti umani e ridistribuendo i profitti anche a livello locale. Purtroppo sono sempre più numerosi gli investitori pronti a corrompere i funzionari per massimizzare i loro profitti di quelli disposti ad impegnarsi nello sviluppo di un progetto imprenditoriale sostenibile.

Le lacune legislative e la mancata osservanza o cattiva interpretazione delle norme vigenti minacciano ogni giorno i diritti di milioni di persone. Nel complesso, il quadro giuridico internazionale riguardante il Land Grabbing si compone di linee guida, principi e dichiarazioni non giuridicamente vincolanti. Anche se non hanno efficacia diretta esprimono la volontà a livello internazionale di muoversi verso la produzione di forme di tutela più efficaci.

L’impatto del Land Grabbing non è circoscritto ai paesi target ma si ripercuote anche sui paesi investitori. L’accaparramento della terra è ad esempio una delle cause dell’immigrazione in Europa di milioni di persone provenienti dall’ Africa, dall’Asia e dall’America Latina.

Tra gli effetti boomerang del Land Grabbing, la globalizzazione dell’economia danneggia i prodotti nazionali attraverso la concorrenza del basso costo della produzione estera e ad essere minacciata è anche la sicurezza alimentare in quanto i prodotti provenienti da alcuni Paesi in via di sviluppo spesso non rispettano gli stessi standard qualitativi delle aziende nazionali.

Infine Il Land Grabbing ha conseguenze ambientali devastanti per il pianeta tra cui l’inquinamento delle acque, l’esaurimento del suolo, la perdita di biodiversità, la deforestazione e i cambiamenti climatici.

In Africa l’Etiopia, a causa della sua estrema povertà e del basso costo delle terra, è fortemente colpita dal Land Grabbing. La terra è gestita dal governo, che promuove gli investimenti esteri per sviluppare l’economia del paese. Vaste porzioni di terra etiope sono state rese disponibili grazie alla villagizzazione, che nascerebbe con l’intento di migliorare le condizioni di vita delle persone più povere ma finisce invece con il forzare intere popolazioni a cedere la loro terra. Numerose associazioni hanno infatti denunciato soprusi e violenza nei confronti di chi rifiutava di andarsene.

In Asia il governo cambogiano è noto per lo sfruttamento, spesso illegale, delle risorse naturali del paese, in particolare della sua terra e delle antiche foreste. Il Land Grabbing ha comportato lo sfollamento di migliaia di persone e le aziende coinvolte sono principalmente cambogiane, vietnamiti, cinesi e sud coreane. Alla fine del 2007, nella regione del Mondulkiri, il governo cambogiano ha ceduto gran parte della terra dei Bunong, indigeni animisti che vivono da secoli in simbiosi con la natura venerando e proteggendo le foreste, disboscandola per coltivare alberi da gomma. Alcuni indigeni hanno fatto causa all’azienda accusandola di violazione dei diritti umani e danni ambientali, ma purtroppo non sono ancora riusciti a far valere i loro diritti.

In Sud America è soprattutto la foresta amazzonica a pagare le conseguenze del Land Grabbing. In Perù ad esempio la deforestazione è legata all’estrazione della gomma e degli idrocarburi e alla vendita del pregiato legname. L’estrazione di idrocarburi ha comportato anche seri danni a livello di inquinamento ambientale. Le numerose popolazioni indigene che abitano nella foresta e lungo il fiume risentono fortemente della deforestazione e dell’inquinamento delle acque. Un recente progetto riguardante il Rio delle Amazzoni minaccia l’ambiente e le popolazioni indigene, in particolare i Kukama-kukamiria, che vivono a stretto contatto con il fiume, pescando e coltivando sulle sue sponde e venerando gli spiriti delle acque. Si tratta dell’Hidrovia Amazonica, che mira a migliorare la navigabilità del fiume ma prevede la rimozione di rami e sedimenti attraverso un’opera di dragaggio del fondale. Questo progetto non comporta una vera e propria espropriazione di terra ma le conseguenze sono equiparabili in quanto ha un impatto negativo sulla fauna ittica sull’ambiente e sulle popolazioni.

Siamo tutti interconnessi col pianeta in cui abitiamo ed ogni nostra piccola scelta quotidiana può fare la differenza a livello globale. Di chi è la terra? Di chi la abita o di chi la governa? La terra è la nostra casa comune, di cui dobbiamo tutti prenderci cura. Tutto ciò che viene preso a basso costo o senza dare nulla in cambio viene in realtà pagato da esseri umani più vulnerabili, da specie animali e vegetali e dal pianeta che viene depauperato delle sue risorse essenziali. Le risorse del pianeta non sono infinite ed è nostro dovere gestirle responsabilmente evitando sprechi. Per la sopravvivenza del pianeta e delle generazioni a venire è indispensabile agire consapevolmente e con responsabilità. Come recita un antico proverbio, la terra non è un lascito dei nostri padri, ma un prestito dei nostri figli.

WHO DOES THE LAND BELONG TO?

Much of the world’s useful land is being taken away from its traditional users.   This “land grabbing,” as it is called, has serious consequences, social, environmental, economic and human. It concerns our planet, it concerns all of us; to act responsibly we must first of all be informed.

Land grabbing is the acquisition of control over vast expanses of land, for the purposes of speculation, extraction, resource exploitation and commodification, to the detriment of agroecology, land management, food sovereignty and human rights. This phenomenon has existed throughout history, but since the 2008 world food price crisis it has grown to a global scale. Land control is acquired by multinational companies, foreign governments, companies or even private individuals, who buy or rent often for a pittance or unfulfilled promises, and sometimes simply expropriate. Since the year 2000 land grabbing has increased steadily, affecting 88,000,000 ha of fertile land by 2018. It often appears as a new form of colonialism. The exploitation of developing countries is not new, but globalization has pushed this to an unprecedented scale, and it has become institutionalized. The investors’ pursuit of food supply, bio-energy crops and financial gain increases local hunger and poverty and hinders the development of the countries whose land and resources are taken.

There are many investors: governments, state companies, multinationals, financial groups, real estate companies. Up-to-date, accurate data are not available, but the private sector is clearly predominant, and supported by local governments. Investments come mainly from rich or emerging countries, such as the United States, Japan, Switzerland, the Gulf countries, China, South Korea and India.

Most of the land thus transferred is located in the South of the world, in particular in sub-Saharan Africa, Southeastern Asia and Latin America. The countries involved are mostly poor countries where fertile lands and labor are available at a low cost.

Analyzing Land grabbing is difficult because the process is typically complex and not transparent. Land Matrix is an open-source Internet platform to collect and share land grabbing data, but the information is not always reliable and many contracts escape detection.

Land management for short-term economic exploitation has devastating consequences for the local population and environment. For local people losing their land means losing their home, livelihood, lifestyle, traditions, history and culture. The abandonment of the land by those who traditionally took care of it often generates degradation and hydrogeological disasters. The new intensive monoculture depletes the soil resources, and often uses highly polluting chemicals.

The target countries are vulnerable because of legislative loopholes, lack of information, most likely corruption, and certainly poverty, which makes for low prices that attract investors.  Moreover, in developing countries land management is based on often complex local rules and traditions, and western-style “land ownership” is difficult to demonstrate.

Land grabbing is defended as foreign investment that promotes development, that increases the supply of produce for processing industries, exports, foreign currency reserves, national income and employment.  In fact, the poor get dispossessed, lose self-sufficiency, swell the ranks of the exploited or unemployed.  Without a transparent process that empowers stake-holders, foreign investment can well profit the investors and the conniving governments, not to the benefit of, but at the expense of, the local community.  The rights of millions of people are threatened even by those who are supposed to defend them.

An international legal framework that would curb the evils of Land grabbing is already in place, it demonstrates an international recognition of the problem, a will to improve things.  But it is largely ineffective, as it consists of guidelines, principles and declarations that are not legally binding, and that states and businesses are all too willing to ignore.

Land grabbing does not harm only the Third World that suffers it, it also harms the developed West that promotes it, not least because it generates increased pressure to escape hardship in Africa, Asia and Latin America by migrating to Europe or North America.  Land grabbing results in a flood of cheap produce that competes unfairly with the West’s own agriculture, and may create a health hazard because of lax standards and oversight.

The most tragic consequences of Land grabbing may be the impact on the environment, water pollution, soil depletion, biodiversity loss, deforestation and climate change.

In Africa, Ethiopia attracts Land grabbing because it is extremely poor, and land is cheap.  The land is managed by the Ethiopian government, which promotes foreign investment to develop the country’s economy. Large portions of Ethiopian land have been made available thanks to the villagization:  in principle the program was designed to improve the living conditions of the poor, in fact it forces entire populations to leave their land to give it to third parties. Many associations have denounced abuses and acts of violence against those who refused to leave.

In Asia, the Cambodian government is known for the exploitation of the country’s natural resources, in particular its land and ancient forests. Land grabbing has displaced thousands of people and the companies involved are mainly Cambodian, Vietnamese, Chinese and South Korean. Numerous ethnic minorities live in the region of the Mondulkiri, including the Bunong, indigenous animists who have lived for centuries in symbiosis with nature, venerating and protecting the forests. At the end of 2007, the Cambodian Government transferred much of its land to the Socfin-KCD joint venture. The land has been cleared to grow rubber trees. A Bunong group sued the company in 2015, accusing it of human rights violations and environmental damage, but the indigenous people have still not been able to assert their rights.

In South America, Land grabbing is mainly affecting the Amazon forest.  In Peru, for example, deforestation is closely tied to the extraction of rubber and hydrocarbons and the harvesting of timber. Hydrocarbon extraction has seriously damaged the environment, and deforestation and water pollution are severely affecting the indigenous peoples that live in the forest and along the river.  The Kukama-kukamiria ethnic group lives by fishing and farming on the river’s shores, and venerates the spirits of the waters. The Hidrovia Amazonica project clears the shores and dredges the river to improve its navigability, in effect destroying the local environment and the traditional way of life.

We are all on this small planet, we are all interconnected.   Who does the land belong to? To those who inhabit it or to those who govern it? The land is a shared good in our common home, which we must all take care of, and not simply exploit without regard to consequences. Everything that is taken without proper compensation is actually paid for by others:  the more vulnerable human beings, animal and plant species, the planet that is depleted of its essential resources.  We have a responsibility toward the environment, toward the generations to come. As an ancient native proverb says, “We do not inherit the Earth from our ancestors, we borrow it from our children.”

Quando l’ideologia diventa nemica del cambiamento

Bellissima Ouverture Vanessa! Quando l’ideologia diventa nemica del cambiamento ha perso in partenza.

L’unica causa del male è l’ignoranza del bene

Tutto cambia.

Crescendo lo si impara.

Chi sa guardarsi intorno lo vede. Vede il mondo che cambia.

Il cambiamento è la risposta più vera alla domanda, di quale sia la certezza più assoluta in questa vita. Il cambiamento, sempre presente, non smette mai di dare il suo contributo.

Possiamo noi fermarlo? A questo rispondo con una contro-domanda: Possiamo fermare il processo di invecchiamento e rimanere eternamente giovani? Ecco, è proprio quella la risposta. Possiamo fermare le placche terrestri e impedire che si continuino a spostare, creando terremoti, tsunami ed eruzioni vulcaniche? Esattamente, la risposta è sempre la stessa.

Semplici fenomeni naturali sono la più evidentemente dimostrazione del fatto che ci sono cose che non si possono evitare. No. Il cambiamento no. Nonostante questa verità, molte volte si cerca di restare saldamente aggrappati a qualcosa, nella convinzione che perduri in eterno, e guai…

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Literary Adaptation- The Shining EN

Stephen King is well-known and greatly appreciated all around the world. He was born in Maine in 1947. His early childhood was marked by tragedy, as he was abandoned by his father, and witnessed a friend’s death. By dint of hard work his mother was able to give her children a good education. Interested in the paranormal from a very early age, Stephen grew up reading his father’s horror and fantasy books. He wrote his first story when he was only seven. In High School he edited the School Journal. He sold his first professional short story when still at university. He met his future wife working in the Campus Library, graduated in 1970 and after a year of odd jobs obtained a teaching post. After having his second son Stephen faced hard times. Both financial and writing difficulties led him to alcohol and drug abuse. His addiction grew worse when he lost his mother, in 1973. In 1974, thanks to his wife’s support, he managed to publish his first novel, Carrie. The earnings from the book and its film adaptation allowed him to quit teaching and dedicate himself completely to writing. Continued success followed. Author of many best sellers, he has always been a prolific writer and still writes today. More than eighty of his works were published and many were turned into movies.
The Shining was first published in 1977. The story takes place at that time. Jack Torrance has lost his teaching job and his friend Al helps him obtain the job of winter keeper of the Overlook, an impressive hotel built at the beginning of the century, where he will have the opportunity to spend time with his family and write his book. During the job interview he is told that the former keeper went mad and killed himself after hacking up his wife and daughters. Despite this, Jack moves with his wife Wendy and his five-year-old son, Danny into the Overlook Hotel, which will turn out to having seen many bloody events. Before the staff leaves the hotel, Danny meets the cook, Dick, who, like Danny himself, possesses psychic abilities, the “shining” of the title. Dick tells Danny that he might see past events in the hotel, but he should not be afraid because they are not real, and adds that Danny can call him telepathically if he needs help. Soon the Torrance family is isolated by the snow. Danny feels the evil presence in the hotel but resists it, Jack instead is overwhelmed by it and tries to harm his own family. Dick, called by Danny’s psychic power, helps mother and son to run away while a fire destroys Jack, the Overlook and the evil haunting presence.
Stanley Kubrick turned King’s novel into a movie, also called Shining, released in 1980. Although the plot is not changed and the dialogues are accurately reported, the movie differs from the book. Some changes were trivial: for example, room 217 becomes room 237, because in the hotel where the movie was shot a room 217 actually existed, and the owners were afraid they might scare away their customers. The movie is also set entirely in the hotel, restricting the broader canvas of the book; on the other hand, the terrifying scenes of Danny riding his tricycle in the hotel’s halls, the seduction of Jack by the woman in room 237, the garden maze were all added by Kubrick. The maze and hall scenes contribute to the spectator’s sense of claustrophobia, entrapment and coercion. The mad former keeper’s daughters are turned into twins, of great visual impact, as is the sentence endlessly typed by Jack, bringing out his madness. To communicate through images some changes are necessary. However some changes appear to be distortions, notably of the main characters. Danny, in the book a gifted child, appears limited. The movie Wendy is quite unlike to the novel’s; Jack too, in the movie, seems crazy from the very start. Their relationships too are altered: in the book Jack and Wendy’s relationship is strained, the movie starts them out as a happy couple. Kubrick’s Jack is a murderer. He kills Dick, the cook, who in the novel is merely hurt, and can help mother and son run away. The movie neglects Jack’s alcoholic past, a past that binds him to Al and cost him his job. The reader sides with Jack, a vulnerable but nice man who had a difficult childhood, and fights evil. In the novel, as he dreams, he breaks the radio to silence his father who is telling him to hurt Danny; on the screen he destroys the radio so that his victims can’t call for help. At the end of the book the boiler explodes, enveloping everything in fire, and Jack burns trying to save his son; at the end of the movie everything is swallowed up by snow, and Jack freezes to death after failing to slaughter his son.
The novel is considered a milestone in Stephen King’s transition from thriller-fantasy to horror, and is deemed one of the best books about haunted houses. The novel develops an impossible story, but its main concern appears to be a very real problem, the fragility of the human soul. King narrates the human story through many intertwined topics: alcoholism, divorce, parent-child relationships, madness, anger, the psychic influence of parents, guilt, the supernatural, corruption, power, death, good intentions, control, fear, loneliness… The loneliness of the woman in room 217 who dies waiting for her lover, the loneliness of the man in the dog costume who for love’s sake lets everyone make fun of him … Despite its style, the book is about love, how it challenges us, how it can make us invincible or destroy us, a subject totally missing in the movie. Danny’s love for Jack, Jack’s love for his father, Jack’s love for his son. A love that is mixed with fear. Jack’s fear of becoming like his father and hurting Danny like his father hurt him. The circle of life repeating itself, like a trap one cannot escape, like alcohol addiction, like pain, like loneliness, like death. Love however also pushes a mother to overcome her fears to help her son, a humble cook to cross a country risking his life to help others. The human soul is fragile but also strong. This combination is probably the secret of its beauty. A book that is sometimes dramatic but has a happy ending and the message is that even if it has to go through hell good always triumphs.
I chose this book for many reasons. First, I hadn’t read this novel yet and this was a good chance to do it. Further, I had heard this was one of the rare cases in which the movie is better than the book, and I felt the need to verify that. Finally, Stephen King and Stanley Kubrick are both great artists and I was fascinated by this confrontation. The truth is they cannot be compared because their creations are completely different. I give King credit that his masterpiece inspired Kubrick to another masterpiece, albeit a distant one.
I read the book in a couple of days and really appreciated it. Unlike the movie it is heartwarming, deep, inward looking, insightful. I delved into the story and got involved with the characters getting to know them and recognizing them, since in each there is a part of us or of someone we have known. This involvement, this familiarity, didn’t leave any room for fear. The movie is frightening, the book is not. The lack of depth, the coldness, the inexplicable, the unknown, cause terror. I watched the movie as an external spectator, passive and powerless witness of everything I saw and heard, not involved with the characters who remain strangers. Jack is totally crazy and could do anything. There is no explanation, everything is unpredictable and therefore dangerous and frightening. I think Kubrick made a precise choice. If he had tried to remain faithful to the book, he would have failed to convey what only a book can, because an image necessarily limits our imagination; he would not have created the horror movie that is Shining. Personally, I wouldn’t define the book as horror whereas the movie surely is. Anyhow, having read the book I can understand why King did not appreciate Kubrick’s version. After all Jack is an extremely autobiographical character, very human. Who would like to bare his soul only to be turned into a mad murderer with no feelings? Stanley Kubrick’s version is without doubt a successful horror movie, but he turned the character into which the writer had put all of himself into a simple monster!

Inhuman Human Cloning

clonazione-umana.pngA peculiarity of human beings is curiosity: trying to understand how things work and possibly making a profit from it. Science progresses each day and we know today many things that once we couldn’t even imagine. The impact that our growing knowledge has on life expectancy is undeniable: people live longer and longer. In the last century research and experiments on cloning were carried on. As cloning techniques progress we can’t avoid asking ourselves where this will lead us. What exactly is cloning about? What profit could human beings make of it? Most of all, what is the price to pay and is it really worth it?

Cloning, defined in a few words, is the process of producing genetically identical individuals. Cloning exists in nature, not only is it the way our cells reproduce but it is through cloning that many living beings, such as bacteria, some insects and many plants, reproduce themselves asexually. Researchers tried in the 90s to clone mammals, living beings that in nature reproduce themselves sexually. This was possible by transferring the cell nucleus from an adult cell into an unfertilized developing egg cell that has previously had its cell nucleus removed. I still remember my astonishment in 1996 hearing the news of the first cloned sheep: Dolly. Studies have kept going on since, and 2 monkeys were recently cloned in China. This brings us closer to the possibility of human cloning and rises many ethical issues.

Opinions in favor of human cloning are mostly about the progresses that could be made in medicine. A genetically identical individual would be the perfect donor for anything we could possibly need. Many people who today die could be saved. The main benefits would surely be in the domain of health and care but I personally think that the excitement about cloning is also related to the human aspiration of becoming a sort of God able to control life and creation.  Successfully making in a laboratory something that usually magically happens in nature makes us feel powerful. We have the feeling of controlling nature instead of undergoing it, which is a pure utopia.

My opinion is that we should spend money and energy elsewhere. Playing God is dangerous. We know more and more, but still know too little about nature to rape it. The truth is that we have and will always have more questions than answers. Life is balance and every time we break this balance there are consequences we pay for. I won’t delve into the ethical issue of a clone having the same rights of a naturally born human being risking to be exploited in the worst ways, seen as a stock of spare parts. Let’s hypothesize that in the future it will become possible to clone only the necessary human parts. How would this change our behavior? When we started using safety belts car accidents doubled, what would we dare to do if we knew we could be easily adjusted? This scares me. But something frightens me even more: being able to change our worn-out pieces with new ones. Wouldn’t this somehow lead us to immortality? Do we really want immortality? Could there really be life without death? And would life have the same value? Isn’t it so precious just because we can lose it? I would like to add to these philosophical considerations a pragmatic significant problem we would run into. We are 7,6 billion today and worry already about the planet not being able to sustain us. We consume more and faster than the planet can produce. What will happen if some day we will stop dying or live twice as long? What will be next? Mass sterilization in order to fit in? Mothers today die to save their children; will they, one day, avoid having any just to have enough space to live forever? A life without end cannot be called life and I really do not think uncontrolled selfishness is our purpose.

Curiosity is precious. Research is useful. Healing people in need is a good thing. But not at any price. Cloning human beings is definitely not a very good idea. If we don’t stop ourselves today and use our brain properly, keeping it bound to consciousness, there might be nothing left worth healing tomorrow.

Prima che domani sia ieri

 

Zecharia Sitchin era un grande appassionato ed esperto di lingue semitiche. Ha studiato a lungo la Bibbia e l’ebraico antico, nonché l’archeologia del Medio Oriente. Grande conoscitore della civiltà Sumera, sapeva interpretare la complessa scrittura cuneiforme di bassorilievi e tavolette di argilla. Ha scritto libri traducendo testi sumerici ed evidenziando le somiglianze tra i miti religiosi di diverse culture. Nella sua visione i vari testi sacri racchiudono la memoria di fatti realmente avvenuti nel passato e ci permettono di conoscere meglio anche il nostro tempo.

 Il libro perduto del Dio Enki, la cui prima pubblicazione risale al 2002, è il suo libro più venduto. Sitchin vi raccoglie e riporta la traduzione di quanto ci è pervenuto per mezzo di antiche tavolette, scritte in sumero, rinvenute in Medio Oriente. Questo libro ha interessato moltissimi lettori, alcuni dei quali lo hanno approcciato come romanzo di fantascienza mentre altri come illuminante rivelazione. I fatti narrati risalgono a circa 445.000 anni fa, quando dal pianeta Nibiru, gli Anunnaki, guidati dal comandante Enki, giunsero sulla Terra in cerca di oro. Necessitando di forza lavoro per estrarre l’oro, modificarono geneticamente la specie da cui discendiamo. Sarebbero quindi proprio gli Anunnaki l’anello mancante nella nostra evoluzione. Sulle tavolette di Enki viene anche brevemente spiegata la storia della formazione del Sistema Solare, secondo cui il nostro pianeta è solo una piccola parte di un pianeta molto più grande, Tiamat, sopravvissuta alla collisione di questo con Nibiru stesso. Ma perché l’oro era tanto importante per gli abitanti di Nibiru? Enki lo cercava in quanto si trattava dell’unico metallo che per le sue caratteristiche potesse sanare l’atmosfera del loro pianeta di origine, compromessa al punto da renderlo incompatibile alla loro vita.

L’ atmosfera del nostro pianeta è oggi compromessa e questo sta comportando un innalzamento della temperatura e grossi cambiamenti climatici che minacciano la nostra sopravvivenza. Queste non sono informazioni tramandate su tavolette di argilla soggette a interpretazioni umane. Sono fatti reali di cui siamo tutti testimoni oculari. Il report del 2018 del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), approvato da 195 governi, sottolinea che ci resta poco tempo per modificare la direzione pericolosa che abbiamo preso. Il rapporto dimostra che dovremmo fare tutto il possibile per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Un aumento di 2 °C porterebbe a conseguenze devastanti che avrebbero ripercussioni gravissime sulla nostra salute, la nostra sussistenza e la nostra sicurezza, come l’innalzamento del livello del mare, la desertificazione di molti territori, la perdita di habitat e di specie naturali e la diminuzione delle calotte glaciali. Purtroppo, mantenendo il livello attuale di emissioni di gas a effetto serra le conseguenze sarebbero anche peggiori, causando impatti irreversibili. Si paventa una perdita di patrimonio naturale tale da danneggiare le persone, l’ambiente e le economie, spingendoci verso l’impossibilità di adattarci e lasciando intere comunità senza scampo. Secondo Sitchin gli abitanti di Nibiru hanno cercato la salvezza sulla Terra. Noi che abbiamo la fortuna di vivere in questo pianeta bellissimo e ricco di risorse riusciremo a cambiare il nostro modo di vivere per salvare noi stessi e tutte le altre specie viventi a rischio?

 Si dice che gli Anunnaki facessero una netta distinzione tra il Fato, frutto delle nostre scelte, ed il Destino, immutabile. Dice Enki: “Quello che è destinato si ripeterà come un ciclo e quello che è deciso dal fato verrà sottoposto a giudizio”. Non ci manca niente per correggere la direzione, che non è accumulare denaro ma conservare la vita. A giudicare le nostre azioni sarà il loro risultato.

Literary Adaptation- The Shining ITA

Stephen King è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo. Nasce nel 1947 nel Maine. La sua prima infanzia è segnata dall’abbandono del padre e dall’aver assistito alla morte di un amico. La madre riesce, lavorando duramente, ad assicurare ai figli una buona educazione. Interessato al paranormale fin da bambino Stephen scrive il suo primo racconto a soli 7 anni. Tratta di animali magici la cui missione è aiutare i bambini. Cresce leggendo i libri horror e di fantascienza del padre. Al liceo dirige il giornale scolastico sognando di diventare scrittore e cerca invano di far pubblicare i suoi racconti. All’università il suo talento non tarda ad emergere e a 19 anni vende per la prima volta un suo racconto. Conosce la sua futura moglie lavorando d’estate nella biblioteca dell’università. Si laurea nel 1970 e dopo un anno di lavori umili trova un posto da insegnante. Dopo il secondo figlio iniziano anni difficili: a causa di difficoltà economiche e nella scrittura inizia ad abusare di alcol e droghe. Aggrava la sua dipendenza la morte della madre, nel 1973. Con il sostegno della moglie riesce finalmente nel 1974 a farsi pubblicare il primo romanzo, Carrie. I guadagni sul libro e sulla trasposizione cinematografica gli permettono di abbandonare l’insegnamento e dedicarsi unicamente alla scrittura. Seguono ininterrotti successi. La sua tossicodipendenza non incide sulla sua creatività, e viene a lungo sottovalutata. Riesce tuttavia a disintossicarsi. Dopo un brutto infortunio nell’estate del 1999, ristabilitosi, riprende a scrivere. Scrittore estremamente prolifico e autore di diversi best seller, è tutt’oggi attivo. Ha pubblicato più di ottanta opere, e dai suoi romanzi sono stati tratti numerosi film.

Il libro The Shining esce nel 1977. La storia è ambientata in quegli anni. Jack Torrance ha perso il lavoro d’insegnante ed il suo amico Al lo fa assumere come guardiano invernale dell’Overlook, un imponente albergo costruito all’inizio del secolo, dove potrà dedicare tempo alla sua famiglia e a scrivere. Durante il colloquio di assunzione, Jack viene a sapere che il custode precedente, impazzito, si è suicidato dopo aver fatto a pezzi moglie e figlie. Nonostante questo si trasferisce con la moglie Wendy ed il figlio di cinque anni Danny all’Overlook, che si scoprirà essere stato teatro d’innumerevoli omicidi e suicidi. Prima che tutti lascino l’albergo Danny conosce il cuoco, Dick, con cui ha in comune doti extra-sensoriali (lo “shining” appunto). Dick dice al bambino che nell’albergo potrebbe vedere avvenimenti passati ma non deve avere paura perché non sono reali e se avrà bisogno potrà chiamarlo telepaticamente. Presto i Torrance si ritrovano isolati dalla neve. Danny percepisce l’entità maligna dell’albergo ma resiste. Jack invece ne rimane vittima e posseduto cerca di fare del male alla sua famiglia. Dick, chiamato da Danny col pensiero, aiuta madre e figlio a mettersi in salvo mentre un incendio distrugge Jack, l’Overlook e l’entità maligna che possedeva entrambi. In estate Danny pesca con Dick, che cerca di consolarlo per la morte del padre.

Kubrick riprende il romanzo nel suo omonimo film, Shining, uscito nel 1980. Nonostante la trama sia la stessa ed alcuni dialoghi siano riportati fedelmente trovo più corretto parlare di rielaborazione piuttosto che di adattamento. Alcune differenze sono poco rilevanti. La camera 217 diventa la 237, in quanto essendo la 217 esistente, i proprietari dell’albergo in cui è stato girato il film temevano di impressionare i clienti. Shining è ambientato esclusivamente nell’albergo, mentre il libro permette di spaziare maggiormente. Le scene di Danny che percorre i corridoi dell’albergo sul triciclo, che hanno terrorizzato milioni di spettatori; la scena in cui la donna della 237 seduce Jack; il labirinto in giardino, sono tutte aggiunte di Kubrick. Sono invece assenti nel film i cespugli viventi a forma di animale. Le scene nel labirinto e nei corridoi contribuiscono ad acuire nello spettatore il senso di claustrofobia, trappola e coercizione. Le figlie del custode precedente diventano gemelle, di forte impatto visivo, come la frase battuta a macchina all’infinito da Jack, rappresentativa della sua follia.

Per comunicare attraverso immagini delle modifiche sono necessarie. Con rielaborazione mi riferisco allo stravolgimento dell’identità dei personaggi, anima dell’opera. Danny, bambino superdotato, appare limitato. Tony, il suo amico immaginario, che presumibilmente rappresenta il sé stesso adulto con cui dialoga costantemente fin quando l’albergo non lo allontana, nel film viene fatto parlare dal bambino attraverso il suo dito ed è una presenza crescente. La versione cinematografica di Wendy è il suo opposto. Jack infine, nel film sembra pazzo fin dal principio. Anche il rapporto tra i due cambia: nel libro sono una coppia in crisi, all’inizio del film sembrano felici. Il Jack di Kubrick è un assassino. Uccide Dick, che nel romanzo viene solo ferito ed aiuta madre e figlio a salvarsi. Il film trascura il trascorso da alcolista di Jack, che lo ha portato a rompere un braccio a Danny, che lo lega all’amico Al, e a causa del quale ha perso il lavoro.  Il lettore ama Jack, un uomo vulnerabile ma buono, che ha avuto un’infanzia difficile, che lotta contro il male. Mentre nel libro rompe la radio durante un sogno, per mettere a tacere suo padre che lo esorta a fare del male a Danny, sullo schermo la distrugge per impedire alle sue vittime di chiedere aiuto. A fine romanzo la caldaia, a malapena nominata nel film ma il cui ruolo è determinante nel libro, esplode avvolgendo tutto nelle fiamme. A fine film tutto viene inghiottito dal gelo e dalla neve. Il Jack di Kubrick è il male e congela dopo aver fallito nel trucidare il figlio. Il Jack di King brucia dopo aver combattuto con tutte le sue forze per salvarlo.

Il romanzo The Shining è considerato una tappa importante per Stephen King nel passaggio dal genere thriller-fantastico all’horror ed è ritenuto uno dei più bei libri sul tema della casa maledetta. Il tema principale del romanzo è piuttosto concreto, anche se elaborato attraverso un racconto surreale, ed è a mio parere la fragilità dell’animo umano. L’uomo è infatti il vero protagonista del racconto, narrato attraverso diversi temi tutti intrecciati tra di loro: l’alcolismo, il divorzio, il rapporto tra genitori e figli, la follia, la collera, l’influenza della famiglia d’origine sulla psiche, il senso di colpa, il soprannaturale, la corruzione, il potere, la morte, i buoni propositi, il controllo, la paura, la solitudine… La solitudine della donna morta nella 217 aspettando il suo amante, la solitudine dell’uomo vestito da cane che si lascia deridere da tutti per amore. Nonostante il genere horror, il libro parla di amore, tema totalmente assente nel film. L’amore che mette alla prova, che può rendere invincibili o distruggere. L’amore di Danny per Jack, l’amore di Jack per suo padre, l’amore di Jack per suo figlio. Un amore sovrapposto alla paura. La paura di Jack di diventare come suo padre e di fare male a Danny così come suo padre ne ha fatto a lui. Il ciclo della vita che si ripete, come una trappola dalla quale non si può sfuggire, come la dipendenza dall’alcol, come il dolore, come la solitudine, come la morte. Ma anche l’amore che spinge una madre a superare le sue paure per aiutare il figlio, un umile cuoco ad attraversare il continente mettendo a repentaglio la sua vita per aiutare il prossimo. Un animo fragile quello umano, ma anche forte. Ed è forse questo connubio il segreto della sua bellezza. Un libro a tratti drammatico ma a lieto fine. Ed il messaggio è che pur passando dall’inferno il bene trionfa sempre.

Ho scelto quest’opera per vari motivi. Primo tra tutti, non avendo ancora avuto il piacere di leggere il libro, mi è sembrata una buona occasione per farlo. Inoltre ho sempre sentito dire che questo sia uno dei rari casi in cui il film supera il romanzo ed io, che non posseggo un televisore e con difficoltà riuscirei a chiamare casa un posto senza libri, ho sentito il desiderio di indagare più a fondo. Infine Stephen King e Stanley Kubrick sono entrambi autori di grande spessore e mi affascinava il confronto tra i due. Mi sono chiesta: chi vincerà l’incontro tra questi due pesi massimi? La verità è che non c’è confronto. Non c’è confronto semplicemente perché un confronto è impossibile. Non ci sono termini di paragone perché le loro sono creazioni totalmente distinte. Riconosco però certamente a King il merito di avere, con il suo capolavoro, ispirato a Kubrick un altro capolavoro, seppure estremamente distante.

Ho letto il libro in un paio di giorni e mi è piaciuto moltissimo. A differenza del film è commovente, profondo, introspettivo, si percepisce tutto dall’interno, si capisce tutto quello che c’è dietro. Mi sono immersa dentro la storia, mi sono affezionata ai personaggi conoscendoli e riconoscendoli dall’interno, perché in ognuno c’è una parte di noi o di qualcuno che abbiamo conosciuto. Tutto questo coinvolgimento, tutta questa familiarità, non hanno lasciato nessuno spazio alla paura. Il film è spaventoso, caratteristica che non attribuirei mai al libro. La superficie, la freddezza, l’inspiegabile, l’ignoto, non fanno che alimentare il terrore. Ho guardato il film da spettatrice esterna, testimone passiva ed impotente di tutto quello che ho visto e sentito. La totale assenza di coinvolgimento emotivo spaventa. I personaggi sono degli estranei. Jack è un folle senza cognizione di causa e potrebbe fare qualsiasi cosa. Non c’è una spiegazione e l’assenza di spiegazioni ha da sempre terrorizzato l’essere umano perché l’imprevedibilità ci espone al pericolo. Credo che Kubrick abbia fatto una scelta ben precisa. Se fosse rimasto fedele al libro avrebbe fallito nel trasmettere ciò che solo un libro può trasmettere, in quanto un’immagine reale crea obbligatoriamente dei limiti alla nostra immaginazione. Soprattutto non avrebbe dato vita al film horror che è Shining. Personalmente non definirei il libro come horror mentre lo è senza dubbio il film. In ogni caso, dopo averlo letto posso capire perfettamente che King non abbia gradito la versione di Kubrick. In fondo Jack è un personaggio estremamente autobiografico, molto umano. A chi piacerebbe mettersi a nudo per poi ritrovarsi trasformato in un pazzo assassino privo di umanità e di sentimenti? La versione di Stanley Kubrick è indubbiamente un riuscito film horror ma ha innegabilmente trasformato il personaggio in cui lo scrittore aveva messo tutto sé stesso in un mostro!

Legami

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Lo squalo (1975), Incontri ravvicinati del terzo tipo  (1977) , E.T. (1982), Indiana Jones e il tempio maledetto (1984), Il colore viola (1985), Hook – Capitan Uncino (1991), Jurassic Park (1993), Schindler’s List (1993), Salvate il soldato Ryan (1998), A.I. – Intelligenza Artificiale (2001), Prova a prendermi (2002), The Terminal (2004), War Horse (2011), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (2016)… Quello che mi ha sempre colpita di Steven Spielberg, e che lo rende inconfutabilmente straordinario, è il connubio tra qualità, quantità e diversità delle sue opere. Ho rivisto recentemente un suo film del 1997, Amistad Mi è piaciuto molto e consiglio a chi non lo conoscesse di vederlo! Non ho ancora avuto il piacere di leggere il libro del 1988 di Barbara Chase-Riboud sull’argomento, Echo of Lions (E ruggivano ancora, 1989), ritradotto in occasione dell’uscita del film in Italia con il titolo La rivolta della Amistad (1998). L’autrice fece causa alla Dreamworks per plagio, lasciando in seguito cadere le accuse, presumibilmente in cambio di una generosa offerta, ma entrambe le parti hanno scelto di non dichiarare nulla in merito. Alla luce di questo retroscena, non posso non sorridere quando vedo scritto riguardo al film che questo sia ispirato al libro di Chase-Riboud! In ogni caso, che il copyright sia stato violato o meno, quella della Amistad è una storia realmente accaduta che merita di essere raccontata, e attraverso il film può raggiungere e risvegliare le coscienze di un numero maggiore di persone.

Le informazioni disponibili riguardanti la nave La Amistad e quanto avvenuto ormai quasi due secoli fa sono molto dettagliate in quanto questa è stata protagonista di un importante caso giudiziario. Era una goletta costiera spagnola a due alberi dell’Ottocento, il cui nome tradotto in italiano sarebbe “L’Amicizia”. La rivolta degli schiavi africani che questa trasportava, e che ne ha fatto un vero e proprio simbolo dell’abolizione dello schiavismo, risale al 1839.  All’epoca dei fatti il trasporto degli schiavi a bordo di navi negriere dall’Africa occidentale all’Avana (Cuba era una colonia spagnola) era una pratica proibita ma abituale. Durante il tragitto i prigionieri erano ammassati nella stiva, in navi che erano state costruite per trasportare merce per il commercio costiero e non esseri umani. Viaggiavano incatenati in spazi angusti ed erano malnutriti e maltrattati a tal punto che molti non arrivavano vivi a destinazione. Nel giugno del 1839 dalla nave negriera Teçora, giunsero all’Avana all’incirca 600 schiavi catturati in Sierra Leone. Il 26 giugno, José Ruiz acquistò 49 di questi uomini e Pedro Montes 4 bambini, probabilmente giunti con un’altra nave. Un totale di 53 mende fu quindi imbarcato dai due spagnoli su La Amistad, capitanata da Ramón Ferrer. La destinazione del viaggio era il porto di Guanaja, piccola cittadina della costa centro-settentrionale oggi parte del comune di Esmeralda, in provincia di Camagüey, dove gli schiavi sarebbero stati consegnati agli spagnoli che li avevano comprati per farli lavorare nelle loro piantagioni di zucchero. Ma nella notte tra il 30 giugno ed il 1º luglio, gli schiavi si ammutinarono. Guidati da Sengbe Pieh, in seguito conosciuto negli Stati Uniti d’America come Joseph Cinque, riuscirono a prendere il controllo della nave, uccidendo il cuoco di bordo di origine portoricana ed il capitano spagnolo. Due membri dell’equipaggio riuscirono a fuggire su una lancia con la quale raggiunsero l’Avana dando l’allarme. Dei restanti membri dell’equipaggio restarono in vita solo Ruiz, Montes e lo schiavo del capitano, Antonio, che faceva da interprete. Gli schiavi ordinarono agli spagnoli di riportarli in Africa, ma questi li ingannarono navigando di giorno verso est e di notte verso nord-ovest, fino a quando La Amistad non fu abbordata, il 26 agosto del 1839, dal guardacoste americano USRC Washington, comandato dal tenente di vascello Thomas Gadney. Questi la prese in custodia poco al largo di Culloden Point, Long Island, New York, dove gli ammutinati avevano fatto gettare l’ancora per recarsi sulla terraferma a cercare acqua e cibo. Per poter reclamare, secondo le prassi del diritto marittimo, la ricompensa dovuta al salvataggio della nave, gli schiavi ribelli furono catturati e condotti in porto a New London, nel Connecticut, dove, a differenza dello Stato di New York, la schiavitù era ancora legale. Il 7 gennaio del 1840 i prigionieri furono processati per ammutinamento ed il giudice ritenne non rilevante la loro condizione ed il motivo per cui si trovassero sulla nave rispetto al fatto che ne avessero assunto il controllo con la forza. Parte dell’opinione pubblica statunitense non accettò il verdetto e nacque un movimento di dissenso, nel quale si distinse il Comitato della Amistad, che già durante il processo si era battuto per ottenere la libertà dei prigionieri e l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. L’avvocato Roger Baldwin era tra i più attivi all’interno del gruppo. Per poter comunicare con gli schiavi, un membro del comitato, il professore Josiah Willard Gibbs, imparò a contare fino a dieci nella lingua mende e si recò al porto di New York. Contando ad alta voce riuscì ad attirare l’attenzione di James Covey, un marinaio africano che conosceva la lingua mende e che divenne l’interprete tra il comitato che li difendeva e gli schiavi. L’importazione di schiavi africani era stata resa illegale negli Stati Uniti nel 1807 mentre la schiavitù ed il commercio di schiavi erano invece legali in Spagna e nelle sue colonie. Potendo finalmente, grazie all’interprete, comunicare con i prigionieri, il comitato riuscì a dimostrare che gli schiavi erano stati catturati illegalmente in Africa, che l’ammutinamento era stato compiuto per rivendicare il loro diritto alla libertà e che pertanto tale azione non poteva essere considerata un reato ma legittima difesa. La nuova sentenza, emessa nel gennaio 1840, accolse la tesi della difesa, conferendo agli schiavi lo status di uomini liberi e rigettando la rivendicazione della Spagna di Isabella II, che ne chiedeva la restituzione come merce in base al Trattato di Pinckney del 1795. La sentenza creava problemi diplomatici sia nei rapporti con la Spagna che sul piano interno, in quanto opporsi direttamente alla schiavitù poteva generare uno scontro con gli Stati del sud, per cui lo schiavismo era ancora al centro dell’economia. Il presidente Martin Van Buren, per favorire una sua rielezione, sostenne dunque la decisione dell’accusa di appellarsi contro la sentenza, portando, il 23 febbraio 1841, il caso dinanzi alla Corte Suprema. In difesa degli schiavi si schierò l’ex presidente John Quincy Adams: il 24 febbraio, supportato da Baldwin, tenne la sua arringa, riuscendo a convincere la Corte a decretare il 9 marzo 1841 lo stato di libertà degli imputati. Un gruppo di abolizionisti e gli stessi mende sopravvissuti raccolsero i fondi necessari a noleggiare la nave Gentleman, che partì nel novembre del 1841 per riportare a Sierra Leone coloro che desideravano tornare a casa. Purtroppo al loro rientro nel gennaio del 1842, non trovarono che le loro case distrutte e nessuna traccia delle loro famiglie.

L’esistenza della schiavitù è accertata sin dai primi documenti legali scritti (il Codice di Hammurabi, babilonese, del 1860 a.C.  si riferisce ad essa come ad un’istituzione consolidata e del tutto comune tra i popoli dell’antichità) ma con buone probabilità esiste sin dalla nascita dell’uomo e nonostante tutti gli sforzi fatti per debellarla e gli ottimi risultati raggiunti, resta tutt’ora un problema diffuso (https://www.globalslaveryindex.org/).

Quello che mi ha colpita di più all’interno del film è la parte in cui prima del processo Cinque parla a Quincy dicendogli che non saranno soli in tribunale, perché ha invocato lo spirito dei suoi antenati dal passato, dall’inizio dei tempi, ha pregato e sono venuti ad aiutarlo. Dice che al processo li chiamerà dentro sé stesso e loro ci saranno in quanto lui è la ragione stessa della loro esistenza. Quincy durante la sua arringa finale, ricorda le parole di Cinque, e richiama anche lui il passato. Ricorda i grandi padri fondatori degli Stati Uniti: Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington… Si appella ai principi di uguaglianza e di libertà alla base della Dichiarazione di Indipendenza, trattato del 1776 con il quale le tredici colonie britanniche della costa atlantica nordamericana dichiararono la propria indipendenza dall’Impero britannico, del quale si sentivano schiave, dando vita agli Stati Uniti d’America.

Ho ascoltato venerdì, durante una lezione di Avviamento all’interpretariato di conferenza inglese, tenuta dal Professor Farrel, un’intervista fatta da una studentessa a Oprah Winfrey nel 2014 alla Graduate School of Business di Standford (https://www.youtube.com/watch?v=6DlrqeWrczs). Quando la ragazza le chiede se si sia mai sentita in minoranza o sola, ad esempio in quanto unica donna presente, o anche unica di colore, lei risponde che non si è mai sentita a disagio ma elettrizzata e appassionata,  e citando un verso della poesia di Maya Angelou, “our grandmothers”, riguardante l’essere uno ma rappresentare molti, sostiene di non essere mai sola, perché tutti quelli che sono venuti prima di lei sono con lei e si sente parte di un’energia più grande.

Lo stesso Spielberg in un’intervista fatta in occasione dell’uscita del film Ready Player One (pubblicata sul n° 14 di Panorama in edicola dal 22 marzo del 2018 con il titolo Immaginate, gente, immaginate) dichiara “la condivisione della memoria collettiva è di grande conforto, specie quando il mondo non è nella sua fase più felice”.

Questo sentimento di appartenenza, che ci dà sicurezza, ci accomuna, tutti. Le nostre radici ci sostengono. E queste radici, se solo riuscissimo a scavare più a fondo, lasciandoci alle spalle la superficie e tutti i suoi inganni, riusciremmo a sentirne chiaramente l’origine comune. Bianchi e neri, uomini e donne, padroni e schiavi, ricchi e poveri, vivi e morti… siamo tutti parte di un unico albero. Quando riusciremo ad amarlo sentendolo parte di noi e sentendoci parte di lui?

Ci sono catene di superficie che imprigionano, da spezzare, e catene profonde che liberano, da ritrovare.

Un mare di bugie

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Mi è stato suggerito di scrivere un articolo sui migranti e sull’implicazione delle ONG nel loro arrivo nel nostro Paese. Capita molto spesso di leggere di navi ONG che soccorrono barconi colmi di migranti in procinto di affondare. Viene anche riportato che la maggior parte dei migranti che arrivano in Italia sia  recuperata dalle navi delle ONG o grazie ad una segnalazione di queste e che quasi tutte le chiamate di soccorso avvengano tramite una linea telefonica diretta ed autorganizzata per rifugiati in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo, gestita da ONG. Ad avvalorare questa tesi il fatto che gli sbarchi siano notevolmente diminuiti da quando il governo contrasta l’azione delle ONG ( http://www.interno.gov.it/it/sala-stampa/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati ). Il sospetto che le ONG possano favorire il traffico di uomini piuttosto che tutelare la vita delle persone è legato al fatto che sembra che i barconi partano solo ed esclusivamente quando le loro navi sono pronte ad intervenire ed in molti sostengono che la presenza delle navi di ONG nel Mediterraneo faccia aumentare le partenze dei trafficanti di uomini affermando che quando queste non sono presenti nelle vicinanze per intervenire sembra che nessuno si avventuri in mare, e proprio per questo motivo le autorità competenti stanno indagando da tempo. I trafficanti saprebbero quando le ONG sono presenti in mare ed a quel punto sarebbe sufficiente segnalare la presenza del gommone affinché i volontari partano in soccorso. L’intelligence italiana sta indagando sull’affondamento di alcuni gommoni in quanto il numero è tale da essere sospetto. Se è vero che sono costituiti di materiale fragile, è inverosimile che tutti si sgonfino causando il naufragio degli occupanti. Altri sostengono invece che non ci sia nessuna relazione tra le partenze dei barconi e la presenza di ONG in mare ma che le partenze siano decise dai trafficanti indipendentemente dalla presenza di soccorsi al largo. Nel caso in cui ci fosse una relazione diretta tra la presenza delle navi delle ONG ed il naufragio dei barconi sarebbe difficile credere ad una mera coincidenza. Sarebbe plausibile pensare che le ONG si lascino corrompere dai trafficanti e si accordino con questi nella coordinazione delle azioni simulando soccorsi d’emergenza in realtà programmati. Non sarebbe però neanche da escludere che i trafficanti sfruttino la presenza di ONG in mare per la traversata senza che queste ne siano consapevoli. Personalmente non escluderei l’implicazione di insospettabili istituzioni italiane che traggano vantaggio dall’arrivo dei migranti nel favoreggiamento del traffico. Non sarebbe la prima volta nella storia umana che sotto le mentite spoglie di aiuto disinteressato vite umane vengono strumentalizzate per mero profitto. Qual è la verità? Non credo che la verità sia una sola, così come non si può dare per scontato che sia davvero presente tra le centinaia raccontate da giornalisti (e non) che circolano sui molteplici canali di informazione. Nel momento stesso in cui un fatto viene raccontato da qualcuno inevitabilmente questo diventa soggettivo e la realtà viene distorta, a maggior ragione quando ci sono interessi politici perché questo accada! Ma la natura umana la conosciamo bene tutti. Se un uomo vuole veramente lasciare la sua terra, che sia nella disperazione di fuggire dall’orrore o nell’illusione di raggiungere la bellezza, o entrambe le cose talvolta, troverà il modo. L’ingegno e la creatività umana non hanno limiti. Ho conosciuto persone partite a piedi dall’altra parte del mondo con i risparmi di una vita in tasca per arrivare qui. Questi uomini per raggiungere l’obiettivo sono disposti a tutto, anche a rischiare la vita viaggiando clandestinamente legati sotto a un camion o prendendo il mare a bordo di mezzi di fortuna. Purtroppo, inevitabilmente, qualcuno disposto a dare tutto per ottenere qualcosa troverà sempre qualcun altro disposto a prendere tutto con la promessa di dargliela. Perché l’ingegno e la creatività umana non hanno limiti neanche quando si tratta di sfruttare a proprio vantaggio una situazione con l’inganno, traendo tristemente vantaggio dai mali altrui. E gli sciacalli non sono solo i trafficanti di uomini e chi collabora con loro, ma sono anche tutte le persone comuni che quando uomini proprio come noi annegano in mare commentano- immagino per attirare l’attenzione, per sentirsi superiori e un po’ meno frustrate, forse semplicemente per sentirsi accettate – che gli stia bene o che se la siano cercati. Prima di giudicare i governi, i migranti, i giornalisti, le ONG…guardiamoci dentro. In ogni essere umano convivono il bene ed il male, spetta soltanto a noi scegliere chi alimentare.